Messa di Natale con i detenuti 2025

Lanusei, carcere di San Daniele.

17 e 25 Dicembre 2025

Due momenti ricchi di suggestioni, ma anche di riflessioni in occasione del per me “magico” Natale 2025, un anno di grazia in cui l’intricato gomitolo della vita si srotola dando un senso alle cose, anche a quelle apparentemente negative.

17 Dicembre. Messa presieduta dal vescovo. 

Vivere uno dei momenti liturgici più importanti per i cristiani insieme agli ospiti del San Daniele è un’emozione grande, specialmente quando l’atmosfera ancora pre-natalizia viene “riempita” dalla presenza del nostro pastore che, soprattutto in questi momenti, riesce davvero a suscitare un clima di intensa intimità tra “quelli che vengono da fuori”, da un mondo in genere piuttosto frenetico, e “quelli che stanno dentro”, i carcerati, costretti a un ritmo lento dove il tempo sembra non passare mai. Certamente l’occasione, per così dire “ufficiale”, aiuta e favorisce una concentrazione anche empatica tra ospiti, personale, autorità, volontari, presenti in gran numero e con il “vestito bello”, come spesso doverosamente accade in queste occasioni. Ma, al di là dell’ufficialità, a fare la differenza sono le parole, la postura (davanti e non dietro l’altare), la vicinanza autentica del pastore alle sue “pecore”, in vari modi “smarrite” nelle tortuosità dell’esistenza di tutti i giorni. Talvolta abbiamo bisogno di commuoverci per ridare senso alle nostre azioni e credo che tutti abbiano avuto l’occasione di sentirsi bene. I doni del vescovo Antonello agli ospiti vanno al di là dell’oggetto che ciascuno di loro ha trovato nella sua busta, perché rappresentano una condivisione totale con il loro dolore e, alla fine del tutto, con la loro umanità.

25 Dicembre.

Atmosfera più “dimessa” nel giorno più importante, una presenza ridotta degli ospiti, nessuna del personale, ma è veramente Natale e, con semplici parole dettate dal cuore, don Ignazio ci ha immersi nella magia di un Dio bambino che nasce perché vuole accompagnare gli uomini nelle fatiche dell’esistenza. Con autentica condivisione e commozione il cappellano ha raccontato le sue emozioni di quando era piccolo e, soprattutto, ha trasmesso agli ospiti il suo grazie perché, racconta, venire da loro è per lui un momento che lo fa star bene, più di altri luoghi, quelli del mondo di fuori, spesso “falsi” e più complicati da attraversare. Noi volontari condividiamo con lui questo pensiero: talvolta è difficile uscire di casa per “andare in carcere” rispondendo a un impegno preso, ma sempre torniamo a casa, o alle nostre quotidiane faccende, arricchiti da qualcosa di grande, l’umanità che è al fondo di tutti, il riconoscimento dell’essere tutti uomini allo stesso modo, anche se la vita ci ha fatto talvolta prendere strade diverse.

“Ero in carcere e siete venuti a trovarmi.”
(Vangelo secondo Matteo 25,36)

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